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Affinché rilevi il "tempo silente", ai fini dell'adozione di una misura cautelare, è richiesto un vaglio motivazionale particolarmente rigoroso al giudice


Cass. pen., sez. III, ud. 28 novembre 2023, dep. 31 gennaio 2023, n. 4228, Pres. Andreazza, Rel. Semeraro


Con la sentenza n. 4228/2024, la III sezione della Corte di cassazione si è pronunciata sul rilievo del cd. "tempo silente" tra il momento di commissione e del reato e quello di applicazione della misura cautelare.

Il primo disposto normativo che viene in rilevo è l'art. 292, lett. c), c.p.p. che impone, anche ai fini della sussistenza delle esigenze cautelari, la valutazione del tempo trascorso dal commesso reato. La distanza temporale tra i fatti in contestazione e il momento della decisione cautelare, giacché tendenzialmente dissonante con l'attualità e l'intensità dell'esigenza cautelare, comporta infatti un rigoroso obbligo di motivazione sia in relazione all'attualità che in relazione alla scelta della misura.

Il riferimento al tempo trascorso dalla commissione del reato, previsto dall'art. 292, lett. c), c.p.p., impone al giudice di motivare la pericolosità del soggetto in proporzione diretta al tempo intercorrente tra tale momento e la decisione sulla misura cautelare, poiché ad una maggiore distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze cautelari.

Inoltre, il requisito dell'attualità del pericolo di reiterazione del reato, introdotto nell'art. 274, lett. c), c.p.p., dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, non va equiparato all'imminenza del pericolo di commissione di un ulteriore reato, ma indica, invece, la continuità del periculum libertatis nella sua dimensione temporale, che va apprezzata sulla base della vicinanza ai fatti in cui si è manifestata la potenzialità criminale dell'indagato, ovvero della presenza di elementi indicativi recenti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a realizzare.

Orbene, in presenza di reati che siano risalenti nel tempo rispetto all'adozione della misura, l'attualità del pericolo può essere desunta anche dalla persistenza di atteggiamenti che siano espressione sintomatica della proclività al delitto o di collegamenti con l'ambiente in cui il fatto illecito contestato è maturato. Con riguardo al decorso del tempo ed il delitto associativo ex art. 74 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, la sussistenza delle esigenze cautelari deve essere desunta da specifici elementi di fatto idonei a dimostrarne l'attualità; ciò in quanto per tale fattispecie associativa, qualificata unicamente dai reati fine, non può essere applicata la regola di esperienza valida per le associazioni di tipo mafioso, sulla tendenziale stabilità del sodalizio, in difetto di elementi contrari attestanti il recesso individuale o lo scioglimento del gruppo. Ed invero, l'obbligo di motivazione in relazione al tempo decorso dal fatto ricorre anche nei casi in cui sussista una presunzione relativa, come quando si procede per i reati di cui all'art. 275, co. 3, c.p.p., pur operando una presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari, il tempo trascorso dai fatti

contestati deve essere espressamente considerato dal giudice, sicché ove si tratti di un rilevante arco temporale non segnato da condotte dell'indagato sintomatiche di perdurante pericolosità (cd. tempo silente), può rientrare tra gli elementi dai quali emerga

l'insussistenza di esigenze cautelari, cui si riferisce lo stesso comma terzo dell'art. 275 c.p.p.. In conclusione, deve ribadirsi che, nell'ambito delle fattispecie associative, il notevole lasso di tempo decorso e la cessazione della permanenza del reato associativo impongono un obbligo di motivazione particolarmente rigoroso o un obbligo per ritenere sussistenti le esigenze cautelari richieste.



Tempo silente adozione misura cautelare
Tempo silente adozione misura cautelare


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