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Ricettazione

Ricettazione (Art. 648 c.p.)

Fuori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da euro 516 a euro 10.329.

La pena è aumentata quando il fatto riguarda denaro o cose provenienti da delitti di rapina aggravata ai sensi dell'articolo 628, terzo comma, di estorsione aggravata ai sensi dell'articolo 629, secondo comma, ovvero di furto aggravato ai sensi dell'articolo 625, primo comma, n. 7-bis.

La pena è della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 300 a euro 6.000 quando il fatto riguarda denaro o cose provenienti da contravvenzione punita con l'arresto superiore nel massimo a un anno o nel minimo a sei mesi.

La pena è aumentata se il fatto è commesso nell'esercizio di un'attività professionale.

Se il fatto è di particolare tenuità, si applica la pena della reclusione sino a sei anni e della multa sino a euro 1.000 nel caso di denaro o cose provenienti da delitto e la pena della reclusione sino a tre anni e della multa sino a euro 800 nel caso di denaro o cose provenienti da contravvenzione.

Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l'autore del reato da cui il denaro o le cose provengono non è imputabile o non è punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale reato.


La ricettazione viene classificata, nel codice Rocco, come delitto contro il patrimonio.

Secondo la dottrina dominante, la ricettazione presenta un incerto profilo offensivo, soprattutto a causa del suo ampio oggetto materiale che comprende il denaro e le cose provenienti da qualsiasi delitto, ma anche da qualsiasi contravvenzione, come stabilito dal D.Lgs. 8 novembre 2021, n. 195.

La difficoltà di cogliere un momento offensivo comune a tutti i fatti di ricettazione potrebbe indurre a negarle un oggetto specifico di lesione o a identificarlo con i medesimi interessi, patrimoniali o non patrimoniali, offesi dal delitto presupposto.

È tuttavia plausibile riconoscere alla ricettazione il compito di tutelare interessi lato sensu patrimoniali: l'interesse alla restituzione della persona a cui appartiene la res ricettata o, in sua assenza, quello dello Stato alla sua acquisizione mediante la confisca.


Soggetti attivi

Il delitto di ricettazione è un reato comune (può essere commesso da chiunque).

Viene tuttavia definito come reato a soggettività ristretta, perché restano esclusi:

  • i concorrenti del reato presupposto

  • il danneggiato del reato

  • il proprietario della cosa

  • i soggetti ex art. 649 c.p. (causa di non punibilità)


Quando vi sia dubbio che l'imputato abbia partecipato al delitto principale o abbia commesso un fatto di ricettazione, il giudice, in applicazione della regola in dubio pro reo, dovrà pronunziare condanna per il reato meno grave, ovviamente nel rispetto del principio di correlazione tra sentenza e accusa contestata.


Secondo la Giurisprudenza della Suprema Corte, ai fini della configurabilità del delitto di ricettazione non occorre la prova positiva che il soggetto attivo non sia stato concorrente nel delitto presupposto, essendo sufficiente che non emerga la prova del contrario.


Condotta incriminata

La ricettazione, è un reato a forma vincolata.

I fatti di ricettazione possono essere consumati con l'acquisto, la ricezione o l'occultamento del denaro o delle cose provenienti da un delitto o da contravvenzione punita con l'arresto superiore nel massimo a un anno e nel minimo a sei mesi.

La dottrina ha snocciolato le tre condotte tipizzate nella norma:

  1. Acquistare: l’orientamento prevalente, sia in dottrina che in giurisprudenza, sposa un’interpretazione ampia del termine acquistare. Dunque viene intesa ogni attività negoziale, a titolo oneroso o gratuito, che produce l’effetto giuridico di far entrare la cosa nella sfera giuridico-patrimoniale dell’agente, attribuendogli il possesso uti dominus.

  2. Ricevere: col termine ricevere, s’intende ogni acquisizione della cosa che comporti materiale trasferimento della detenzione, anche temporaneo. L’opinione prevalente è quella di far rientrare nella nozione, tutte le forme di conseguimento del possesso non uti dominus.

  3. Occultare: viene intesa come quell’azione di nascondere la cosa. Naturalmente, il presupposto è avere la disponibilità della res.


I fatti di ricettazione possono essere anche consumati con la mera intromissione per fare acquistare, ricevere o occultare anche da un soggetto eventualmente in buona fede.

Secondo Fiandaca-Musco, acquisto e ricezione, pur variamente definiti, presentano un connotato comune: il conseguimento del possesso.

In particolare, l'acquisto presuppone un accordo in virtù del quale si assume un potere di fatto sulla cosa corrispondente ad un diritto.

La giurisprudenza esclude la ricettazione quando la condotta di materiale ricezione della cosa non sia finalizzata ad acquisirne il possesso, ma soltanto ad usarla precariamente (ad esempio, al solo fine di guidare un autoveicolo rubato, aderendo all'invito dei ladri di partecipare ad una gita), restituendola dopo l'uso.

La giurisprudenza ha chiarito, inoltre, che ai fini della determinazione della competenza per territorio occorre verificare l'esistenza di dati indicativi del luogo in cui la cosa può essere venuta in possesso del reo.


L’oggetto materiale

Oggetto materiale della ricettazione può essere sia il denaro, sia altra cosa.

La dottrina prevalente ritiene che il dato letterale della disposizione, consentirebbe di estenderlo agli immobili.

La giurisprudenza si è uniformata all’orientamento prevalente ed estensivo, ammettendo la ricettazione di immobile commessa mediante acquisto, non anche mediante ricezione o occultamento (Cass. Sez. II, 16.1.1991).

L’oggetto materiale della ricettazione può essere soltanto una res suscettibile di apprensione e di possesso.

Il reato non è configurabile a carico di soggetto che si sia limitato a ricevere dati, informazioni e notizie tratti da materiale documentario che sia stato oggetto di furto.

Con riferimento al denaro, la giurisprudenza ha affermato che il possesso ingiustificato di una rilevante somma di denaro può presumersi illecito, in considerazione del luogo, delle modalità di occultamento e dei limiti normativi alla detenzione di contante.


La provenienza da delitto (1° comma)

La provenienza da delitto serve a specificare e distinguere all'interno del genus di appartenenza, il denaro e le cose che possono essere oggetto materiale della ricettazione.

La dottrina maggioritaria ritiene che il delitto di provenienza può essere anche tentato, soltanto se si ammette che il prezzo del delitto presupposto possa essere oggetto materiale della ricettazione; deve essere invece consumato, per ovvie ragioni, quando la cosa proveniente da delitto ne costituisca il prodotto o il profitto.

La provenienza delittuosa imprime, al denaro o alla cosa, una qualifica di oggettiva illiceità, che la accompagna nella successiva circolazione fino alla sua cancellazione.

La provenienza delittuosa viene meno con il recupero del bene da parte dell'avente diritto o con l'acquisto in buona fede del possesso ex art. 1153 c.c., fermo restando l'obbligo di denuncia previsto dall'art. 709 c.p. se in un momento successivo l'acquirente venga a conoscenza della sua provenienza delittuosa.

La giurisprudenza ritiene che non è necessario che la sussistenza del delitto-presupposto sia stata accertata con sentenza di condanna passata in giudicato, ma è sufficiente che il Giudice procedente ne abbia incidentalmente ritenuto la sussistenza (Cass. Sez. VI, 23.1 - 13.5.2020, n. 14800).

Secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalente, non è necessario che l'oggetto della ricettazione provenga immediatamente dal delitto principale; è ricettazione quindi anche la ricezione di cosa in precedenza ricettata da altri (c.d. sub-ricettazione), sempre che colui che la riceve abbia la consapevolezza della sua originaria matrice illecita.

Il delitto di ricettazione è configurabile nell'ipotesi di acquisto o ricezione, al fine di profitto, di cose con segni contraffatti nella consapevolezza dell'avvenuta contraffazione, in quanto, la cosa nella quale il falso segno è impresso, è provento della condotta delittuosa di falsificazione prevista e punita dall'art. 473 c.p.

La ricettazione non si configura quando l'acquisto o la ricezione di una cosa di provenienza delittuosa sia oggetto di una autonoma valutazione da parte della legge penale, ad esempio quando l’oggetto della ricettazione sia la sostanza stupefacente.

Sussiste invece il reato, sempre con riferimento agli stupefacenti, quando la norma sia destinata a tutelare un interesse diverso (ad esempio, in caso di acquisto di sostanze stupefacenti che il cedente ha rubato in una farmacia).


La provenienza da contravvenzione (2° comma)

Il D.Lgs. n. 195/2021 ha introdotto, al nuovo 2° comma dell'art. 648 c.p., la previsione della punibilità della ricettazione anche quando abbia ad oggetto denaro o cose provenienti da contravvenzione punita con l'arresto superiore nel massimo a un anno o nel minimo a sei mesi.

Prima di tale riforma, l’art. 648 c.p. impediva di estendere il delitto di ricettazione, alle cose di provenienza contravvenzionale, non essendo possibile una soluzione estensiva ricorrendo all'analogia, perché in malam partem.


La rilevanza del reato di provenienza non punibile

La provenienza da reato qualifica l'oggetto materiale della ricettazione, anche se l'autore del reato principale, sia ignoto oppure non sia imputabile o punibile, oppure anche quando manca una condizione di procedibilità riferita a tale reato.

L'esclusione della punibilità non deve però dipendere da una causa di giustificazione o dall'assenza dell'elemento soggettivo (in entrambi i casi mancherebbe il delitto).

La Giurisprudenza della Suprema Corte è unanime nello stabilire che la ricettazione conserva rilevanza penale anche dopo la depenalizzazione del reato presupposto.


L’elemento soggettivo

Il dolo della ricettazione richiede la coscienza e volontà di ricevere, acquistare o occultare denaro o cose con la generica consapevolezza della loro provenienza da reato o di intromettersi per farle ricevere, acquistare o occultare, sempre con tale consapevolezza.

La Giurisprudenza ritiene che la mancata giustificazione del possesso di una cosa proveniente da delitto, costituisce prova della conoscenza della sua illecita provenienza.

Inoltre, la prova dell'elemento soggettivo, può essere raggiunta anche sulla base dell'omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta.

La Suprema Corte ha ritenuto tuttavia, che, in presenza di una giustificazione non implausibile, è onere del giudice verificarne in concreto la fondatezza alla luce del comportamento tenuto dall'agente.

Risponde altresì di ricettazione l'imputato, che non fornisce una spiegazione attendibile dell'origine della predetta disponibilità.

Per la dottrina, l'errore sulle leggi da cui dipende la generica qualifica delittuosa del fatto di provenienza, ad esempio la convinzione erronea che sia stato depenalizzato, poiché si traduce in errore su un elemento normativo del fatto, dovrebbe escludere il dolo ex art. 47, 3° co.

Per la giurisprudenza, quell'errore non esclude il dolo; potrebbe escludere invece la colpevolezza, se inevitabile, a norma dell'art. 5 c.p..

Una problematica controversa da affrontare riguarda il dubbio sulla provenienza delittuosa della cosa.

Con riferimento al dolo eventuale, parte della dottrina e giurisprudenza più recente, ritiene che il dubbio in campo penale esclude in generale la buona fede.

Si ha dolo eventuale se il soggetto si è anche soltanto posto il quesito circa l’illecita provenienza del bene e ha accettato il rischio.

Fiandaca-Musco e altra giurisprudenza ritengono invece che il dubbio equivalga ad ignoranza. E dunque rilevi solo il dolo diretto.

Nel caso di dubbio si configurerebbe l’ipotesi delittuosa dell’incauto acquisto ex art. 712 c.p.

Secondo la giurisprudenza la consapevolezza della provenienza delittuosa del denaro o delle cose può trarsi dagli elementi considerati “sospetti” dall’art. 712 c.p. in tema di incauto acquisto (qualità delle cose, condizione di chi le offre, entità del prezzo) o da altri elementi (es. comportamento di chi offre le cose), vale a dire, si presume la conoscenza della provenienza delittuosa in presenza di indizi così gravi ed univoci che una persona di media levatura intellettuale non poteva, secondo la comune esperienza, non avere la certezza del loro illegittimo possesso in capo a chi deteneva le cose o le offriva.


Il dolo specifico

Il fine di procurare a sé o ad altri un profitto funge da criterio di distinzione della ricettazione dal favoreggiamento reale.

Nella ricettazione assume rilievo determinante lo scopo di trarre profitto personale e diretto dall'acquisto del possesso di cose di provenienza delittuosa.

Nel favoreggiamento reale è necessario che l'eventuale ricezione del bene avvenga nell'interesse esclusivo dell'autore del reato principale.

Nel delitto di ricettazione, pertanto, il fine specifico di procurare ad altri un profitto non può che riguardare una persona diversa dal titolare del bene ricettato.

Il profitto perseguito non deve essere necessariamente patrimoniale e deve derivare dalla cosa.

Ovviamente, se la cosa di provenienza delittuosa sia ricevuta da colui che potrebbe far valere anche di fronte al giudice il diritto alla consegna, e al solo fine di esercitare sulla stessa il diritto, reale o non, di cui sia titolare, deve essere esclusa, prima ancora dell'ingiustizia del profitto, l'illiceità del fatto.


L’attenuante speciale

La Legge n. 152/1975 ha temperato il rigore sanzionatorio del reato di ricettazione, con l'attenuante della particolare tenuità del fatto.

Di recente, il D.Lgs. 195/2021 ha modificato il trattamento sanzionatorio applicabile quando ricorre l’attenuante speciale, distinguendo:

  • il fatto che abbia ad oggetto denaro o cose di provenienza da delitto, per il quale si applica la pena della reclusione sino a sei anni e della multa sino a euro 1.000,

  • da quello che abbia ad oggetto denaro o cose provenienti da contravvenzione, per il quale si applica la pena della reclusione sino a tre anni e della multa sino a euro 800.

Secondo una costante giurisprudenza, l'attenuante, che è ad effetto speciale, deve essere accertata valutando ogni aspetto, oggettivo e soggettivo, del fatto e la personalità del suo autore.

La Corte costituzionale ha dichiarato la illegittimità dell'art. 69, 4° co., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 648, 2° co., sulla recidiva di cui all'art. 99, 4° co.

La norma è stata dichiarata in contrasto con il principio di ragionevolezza e di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost. per l'annullamento delle differenze tra le diverse cornici edittali delineate dal 1° e dal 2° co. dell'art. 648 c.p., con particolare riferimento alla divaricazione tra i livelli minimi della pena detentiva prevista nei due commi, che rispecchiano le diverse caratteristiche oggettive delle due fattispecie, sul piano dell'offensività e alla luce delle stesse valutazioni del legislatore, nonché con il principio di proporzionalità della pena di cui all'art. 27 Cost., in quanto il divieto legislativo di soccombenza della recidiva reiterata rispetto all'attenuante dell'art. 648, 2° co. impedisce il necessario adeguamento della pena al caso concreto, che dovrebbe avvenire proprio attraverso l'applicazione della pena stabilita dal legislatore per il fatto di «particolare tenuità» (C. Cost. 17.12.2014, n. 283; C. Cost. 18.4.2014, n. 105).

L'attenuante esclude la confisca prevista come conseguenza della condanna o dell'applicazione della pena.

In assenza dell'attenuante speciale, infatti, il Giudice deve disporre la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non possa giustificare la provenienza.

Trattandosi di circostanza attenuante speciale, ai fini dell'applicazione della prescrizione deve aversi riguardo alla pena stabilita dal 1° co. del predetto articolo.

In conseguenza della declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 131-bis c.p. nella parte in cui non consente l'applicazione della causa di non punibilità ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva (C. Cost., 21.7.2020, n. 156; la questione era stata dichiarata manifestamente infondata da C. Cost. 17.7.2017, n. 207), l'istituto della particolare tenuità del fatto, è ora applicabile anche al reato di ricettazione attenuata.



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