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Responsabilità della P.A. per fatto del proprio dipendente

Cassazione civile sez. III 06/12/1996 n. 10896


Fatto Svolgimento del processo

1) Nel 1986 il Sig. Renzo BIASOTTI, deducendo che:

- alle ore 10 del 23 aprile 1983, mentre prestava servizio come carabiniere ausiliario di leva nella caserma di Rezzoaglio, era stato raggiunto da un colpo di pistola esploso dal collega Riccardo MAZZANTI, che gli procurò gravissime lesioni con rilevanti esiti permanenti;

- per tali fatti il MAZZANTI era stato sottoposto a processo penale concluso con il suo proscioglimento dal reato di lesioni colpose gravi (così derubricata la originaria imputazione di tentato omicidio) per difetto di querela;

- nella sentenza penale erano state accertate sia la gravissima colpa del MAZZANTI, sia quella dell'Amministrazione sotto molteplici profili;

tutto ciò premesso:

ha citato davanti al Tribunale di Genova il MAZZANTI e l'Amministrazione della Difesa, chiedendo la loro condanna, in solido, al risarcimento del danno, Il Tribunale ha accolto la richiesta, con sentenza (emessa in data 1-3-1991) che la Corte d'Appello di Genova, decidendo sul gravame proposto dall'Amministrazione, ha, con sentenza emessa a sua volta in data 14-10-1994, parzialmente riformato, rigettando la domanda di risarcimento nei confronti dell'Amministrazione appellante.

2) A giudizio della Corte di merito, l'azione del MAZZANTI ha rappresentato "una matrice autonoma ed eccezionale" determinata da motivi strettamente personali, essa pertanto non è riconducibile alla pur ampia gamma delle configurabili ipotesi in cui, essendo l'azione correlabile al rapporto organico con l'Amministrazione, questa è tenuta a rispondere del danno causato, anche contra legem, dai propri dipendenti.

Per quanto attiene poi più specificamente alla responsabilità per culpa in vigilando dei superiori gerarchici (riferibile alla Amministrazione), tale colpa, consistendo in una omissione, può essere affermata quando si individuano le attività, pur esse possibili e funzionalmente doverose, le quali, se fossero state poste in essere, avrebbero impedito il verificarsi dell'evento dannoso. Secondo la Corte di merito, invece, le osservazioni contenute nella sentenza penale - relative alla inadeguata preparazione tecnica del MAZZANTI, che avrebbe sconsigliato di dotarlo dell'arma, e le sue già accertate anomalie comportamentali che ne avrebbero dovuto affrettare la radiazione - costituendo un obiter dictum, non potevano essere assunte come criteri di giudizio ex ante sulla sua asserita inidoneità alla assunzione delle responsabilità inerenti alla vita militare.

Per tali considerazioni, non poteva neppure rilevare l'indirizzo interpretativo per cui, nella imputazione della responsabilità ex artt. 2047 - 2054 c.c., può mancare l'elemento psicologico del soggetto chiamato a rispondere.

Avverso la sentenza di appello, il BIASOTTI ha presentato ricorso in Cassazione affidato a due motivi, al quale l'AMMINISTRAZIONE resiste con controricorso. Il BIASOTTI ha pure depositato memoria.

II) Diritto - Motivi della decisione

1 ) Con il primo motivo, formulato "per omessa-erronea valutazione della prova" si critica l'impugnata sentenza, perché - mentre il giudice penale aveva nitidamente

distinto (sul) nesso intercorrente "fra incarico, consumazione (dello) illecito e oggettiva possibilità che l'evento lesivo (fosse) agevolato dall'incarico - tale sentenza avrebbe omesso di accertare se e in quale misura, sotto "il profilo oggettivo, il comportamento deviante del dipendente abbia inciso sull'attività dell'Amministrazione in modo da renderlo (sembra, il comportamento deviante) non riferibile ai compiti istituzionale.

Il secondo motivo, formulato per "erronea applicazione di legge" (senza indicazione delle norme che si assumono violate) sviluppa la stessa censura sotto altro profilo, lamentando che "l'estraneità egoistica della condotta del MAZZANTI sia stata affermata nell'impugnata sentenza senza valutare il collegamento di necessaria occasionalità fra la sua azione dannosa e le incombenze (a lui) affidate per servizio, per cui anche "l'abuso perpretato" dolosamente o colposamente "si poneva strumentalmente in concreta realtà rispetto alle attività di servizio".

Come risulta dalla dettagliata trascrizione del testo del ricorso, l'effettivo contenuto delle censure formulate nel primo motivo si può così riassumere: affinché si abbia responsabilità della P.A. per fatto del proprio dipendente, non è necessario che l'azione dannosa sia stata compiuta nell'esercizio di una funzione istituzionale, basta che tale esercizio abbia costituito l'occasione, obiettivamente e necessariamente rilevante, per commettere il fatto doloso o colposo. Perciò l'impugnata sentenza deve essere cassata, perché non ha valutato adeguatamente la distinzione fra le due ipotesi di imputazione di responsabilità alla P.A., nè conseguentemente accertato l'esistenza del rapporto di occasionalità tra funzioni istituzionali e attività produttiva del danno.

2 ) Questo S.C. ha già statuito che l'attività del dipendente costituisce fonte di responsabilità dell'ente pubblico quando tale attività è diretta a conseguirne i fini istituzionali e si svolge nell'ambito delle attribuzioni dell'Ufficio o del servizio al quale il dipendente è addetto (Sent. 7631-1986).

Pertanto, l'impugnata sentenza, correttamente applicando il consolidato indirizzo interpretativo di questo S.C., ha escluso che l'uso improprio dell'arma, da parte del danneggiante (fatto pacifico e incontestato), si potesse considerare come attività svolta nell'ambito del servizio a lui affidato o per raggiungere fini istituzionali dell'Amministrazione.

Più analiticamente e con particolare riferimento al mancato accertamento del rapporto di occasionalità fra azione dannosa e attività istituzionale, avendo questo S.C. ha statuito (Cfr. Sent. 31-79 alla quale non risultano decisioni contrastanti) che la responsabilità della P.A. viene meno quando il dipendente abbia agito con dolo, se ne potrebbe desumere (come, sia pure con espressioni diverse, ha sostenuto il ricorrente), che la responsabilità del dipendente non si debba escludere quando - come è stato accertato nel giudizio penale con sentenza ormai definitiva - vi sia stato un atto, non doloso, ma colposo.

Invece, confermando e precisando la logica della citata giurisprudenza, diventa rilevante, per escludere il riferimento della condotta del dipendente alla P.A., la autonoma volontarietà dell'azione svolta al di fuori dei compiti istituzionali e non anche la dolosa intenzione dell'evento dannoso. Pertanto, poiché, è stato volontario l'uso illegittimo dell'arma da parte del MAZZANTI, la natura colposa del reato a lui imputato non può riportare, sotto il profilo della responsabilità civile, il fatto illecito alle competenze funzionali del suo autore.

2) Nel secondo motivo del ricorso, il rapporto di occasionalità è stato configurato per dedurne un diverso autonomo titolo di colpa a carico dei superiori del danneggiante, per non avere costoro previsto gli effetti che potevano derivare dalla

sua inidoneità al servizio e dalla precedente condotta e per non averli tempestivamente prevenuti.

Sul punto, l'impugnata sentenza, come si è esposto, ha, da una parte, correttamente motivato sui requisiti necessari per l'addebito della colpa omissiva, e, dall'altra, escluso, con accertamento di merito, che il ricorso non ha contestato, la ricorrenza di tali requisiti.

Per le ragioni esposte il ricorso è infondato e deve essere respinto. Ricorrono giusti motivi per compensare interamente fra le parti le spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e compensa le spese.



Responsabilità della P.A. per fatto del proprio dipendente
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