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GIUSTIZIA RIPARATIVA: niente da salvare?!

Le pronunce della giurisprudenza

Trib. di Genova, sez. I, ordinanza del 21 novembre 2023

Sebbene la riforma sia già entrata in vigore, nell'attesa che diventino operativi i Centri di giustizia riparativa, il giudice non può accogliere l'istanza di accesso ai programmi.

Nonostante il termine di legge di cui all'art. 92 D. Lgs. 150/22 imponesse alle Conferenze locali per la giustizia riparativa, entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto, di redigere un elenco dal quale gli enti locali potessero attingere per la prima apertura dei centri di cui all'art. 63, le Conferenze locali, ad oggi, non risultano istituite: risulta operativa soltanto la Conferenza nazionale, composta da sei esperti, nominati con DM 27 luglio 2023, con funzione di consulenza tecnico- scientifica, di cui all'art. 61, co. 2, del decreto legislativo medesimo.

Sebbene la normativa sia entrata in vigore nel luglio 2023, attualmente non risulta istituito alcun Centro di giustizia riparativa, pertanto non essendo operante alcun centro di riferimento, il giudice non può inviare il caso, ai sensi dell'art. 129 bis c.p.p..

A questo deve aggiungersi che non risulta effettuata alcuna attività prodromica alla formazione del mediatore, sicché l'istanza di accesso ai programmi di giustizia riparativa nella quale si faccia riferimento a strutture già esistenti sul territorio, non è sufficiente

per il suo accoglimento, data l'assenza di alcuna norma o di un protocollo che lo preveda. Inoltre, ai fini dell'esercizio dell'attività di mediatore, non è sufficiente la qualifica di cui all'art. 59 del d.lgs. 150/2022, ma è indispensabile anche l'inserimento nell'elenco di cui al comma 2 dello stesso articolo 60: ciò perché l'attività di mediazione non può essere improvvisata, ma deve essere preceduta da un'adeguata formazione e sottoposta a continui controlli sia a livello statale che locale. Affinché il giudice possa disporre l'invio presso i Centri per la giustizia riparativa, ex art. 129 bis c.p.p., questi deve effettuare diverse valutazioni, concernenti:

  1. l'utilità del programma ai fini della risoluzione delle questioni derivanti dal fatto per il quale si procede e specificamente indicare "in modo espresso e specifico [...] quali sono le possibilità di successo di un programma di mediazione [...]; quali le circostanze rilevanti rispetto al fatto per cui si procede; quali le eventuali offerte/gli eventuali propositi nei confronti della persona offesa/vittima/parte civile/danneggiato; quali gli effetti nei confronti delle persone coinvolti e della stessa società [...]";

  2. la valutazione circa la sussistenza di un pericolo concreto per gli interessati e per l'accertamento del fatto: deve, dunque trattarsi, di un fatto che non presenti ancor conseguenze "attive" e possibili ripercussioni nell'attualità; di fatti ormai acclarati, la cui prova non sia in alcun modo inquinabile da contatti tra le parti; e l'assenza di influenze da nuove indebite intromissioni da parte dell'autore del reato, anche se presunto.

Da questa elencazione si pongono non poche difficoltà ad ammettere le parti ad un programma di giustizia riparativa nel corso di un processo (e ancora di più nel corso del procedimento), allorché l'imputato o l'indagato contesti la fondatezza dell'accusa, giacché è elevatissimo il rischio di inquinamento delle prove che dovranno essere assunte nel contraddittorio, davanti ad un giudice, e non davanti ad un mediatore, per quanto esperto. È proprio per tale ragione che le norme euro unitarie, a cui il legislatore ha dato attuazione, hanno chiarito che i programmi di giustizia riparativa devono rispondere "almeno" alla condizione che l'autore abbia riconosciuto i fatti essenziali del caso. Peraltro, ulteriori difficoltà emergono allorquando la via della mediazione sia proposta per reati commessi con violenza alla persona o nell'ambito di violenza di genere e la vittima non presti il consenso all'invio presso il Centro. Senza addentrarsi sul concetto di vittimizzazione secondaria, sembra che il legislatore abbia previsto un istituto del tutto disfunzionale alla tutela delle vittime dei reati a sfondo sessuale o di genere. Ed invero, non può essere accolta l'istanza, nella quale siano contenute affermazioni del tutto astratte come: la pregressa conoscenza tra l'imputato e la persona offesa; la risoluzione dei conflitti grazie al percorso di giustizia riparativa; la possibilità per l'imputato di porre rimedio ai danni che ha causato alla persona offesa, poiché costituiscono elementi del tutto aspecifici, non provati, che avrebbero potuto consentire all'imputato di effettuare passi concreti di ravvedimento, riappacificazione, riavvicinamento o anche solo di risarcimento del danno, a prescindere dall'avvio di un programma riparativo.

Deve dunque ricordarsi che la giustizia riparativa, così come ogni istituto modulato sulla resipiscenza e la mediazione con la persona offesa che preveda esiti favorevoli per l'imputato, è basata non già sull'egoistica finalità di ottenere benefici processuali, ma sulla reale consapevolezza di rapportarsi con l'agito delinquenziale, elemento di partenza del percorso che giunge alla responsabilizzazione della persona indicata come autore dell'offesa, ex art. 43, co. 2, d.lgs. 150/2022.

Nel formulare l'art. 129 bis c.p.p., che consente al giudice l'invio della vittima del reato anche di ufficio, a prescindere dal suo consenso e, addirittura, senza la necessità del previo ascolto, il legislatore delegato pare avere omesso di considerare alcune norme rilevanti, ossia le direttive Ue, la legge delega ricevuta dal Parlamento, nonché le altre disposizioni dello stesso decreto legislativo, in particolare: il considerando 46 della direttiva 2012/29/UE, il quale prevede che i servizi di giustizia riparativa devono porre al centro gli interessi e le esigenze della vittima, la riparazione del danno da essa subito e l'evitare ulteriori danni; il considerando 53 e l'art. 12 della medesima direttiva che impone la sussistenza di alcune condizioni essenziali per accedere ai programmi di giustizia riparativa, come la tutela esclusiva dell'interesse della vittima, il cui consenso deve essere libero ed informato, il ricevimento da parte della vittima di informazioni complete e obiettive in merito al procedimento stesso e al suo potenziale esito, oltre che il previo riconoscimento da parte dell'autore del reato dei fatti essenziali al caso.

In termini differenti, la norma interna prevede che il giudice possa disporre l'invio al centro d'ufficio senza che sia necessario il consenso della persona offesa/vittima, così come il previo riconoscimento della responsabilità o dei fatti essenziali del caso. La discrasia tra la norma di matrice europea e quella nazionale comporta il rischio di una vittimizzazione secondaria della vittima del reato "particolarmente odiosa", poiché posta in essere dall'autorità giudiziaria che dovrebbe tutelare la vittima del reato. In questo senso, la normativa interna, che si pone in contrasto con quella europea, appare affetta da un vizio di costituzionalità.

Vengono in rilievo ulteriori profili di incostituzionalità del d.lgs. 150/2022, con riguardo agli artt. 76 e 77 Cost. per eccesso di delega. L'art. 18 della I. 134/2021 nella parte in cui prevede l'emanazione di decreti legislativi per la disciplina organica delle giustizia riparativa: al comma 1 lett. a) impone il rispetto delle disposizioni della direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012; la successiva lett. c) sulla possibilità di accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni stato e grado del procedimento penale e durante l'esecuzione della pena, sulla base del consenso libero ed informato della vittima del reato e dell'autore del reato e della positiva valutazione da parte dell'autorità giudiziaria circa l'utilità del programma; ed, infine, la lett. d), sulla rispondenza dei programmi all'interesse della vittima del reato, dell'autore del reato e della comunità.

Le previsioni contenute nel decreto delegato non appaiono dunque rispettose né dei principi fissati dalla direttiva europea n. 29 del 2012, né della legge delega n. 134 del 2021, tuttavia la questione di costituzionalità non può essere sollevata, in ragione della già ritenuta inammissibilità della richiesta di accesso ai programmi di giustizia ripartiva e della sua irrilevanza ai fini del decidere.

Cass. pen., Sez. IV, 9 gennaio 2024, n. 655

Per la concessione dell'attenuante di cui all'art. 62, n. 2, c.p., occorre che la partecipazione al programma di giustizia riparativa si sia conclusa con esito positivo.

Con riguardo all'art. 62, n. 2, c.p. deve escludersi la possibilità di riconoscere la predetta attenuante anche in caso di programma di giustizia riparativa ancora in corso di esecuzione e non ultimato. Sulla sulla base del tenore testuale del nuovo testo dell'art. 62, n.6, c.p., il dato della necessaria conclusione del programma si evince dalle parole «avere partecipato a un programma di giustizia riparativa» e dall'uso della locuzione «concluso con un esito riparativo». Soccorre in tale senso anche la relazione illustrativa al d.lgs. n. 150/2022, nella quale si prevede che l'esito favorevole dei programmi di giustizia riparativa possa essere valutato nel procedimento penale e in fase di esecuzione della pena, ed inoltre è previsto che l'impossibilità di attuare un programma di giustizia riparativa o il suo fallimento non producano effetti negativi a carico della vittima del reato o dell'autore del reato nel procedimento penale o in sede esecutiva. Pertanto, il giudice, una volta svolto il programma di giustizia riparativa e ricevuta dal mediatore la relazione finale, verifica che l'esito possa qualificarsi quale esito riparativo ai sensi dell'art. 1, co. 1, lett. e) per poi valutarlo unitamente agli atti e documenti acquisiti nel procedimento. Tale valutazione rileva ai fini dell'applicazione della circostanza attenuante comune di cui all'art. 62 n. 6, c.p., correlata.



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