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CHIUSURA DELLA FASE INVESTIGATIVA

La chiusura della fase investigativa

La fase delle indagini preliminari si chiude o con la richiesta di archiviazione o con l’esercizio dell’azione penale.


DURATA DELLE INDAGINI

Il legislatore, con la riforma Cartabia, ha fissato i termini di durata delle indagini in 1 anno, che decorrono dalla annotazione nel registro delle notizie di reato (art. 335 c.p.p.).

  • Il termine è di 1 anno e 6 mesi per ipotesi delittuose di particolari gravità.

  • Il termine è di 6 mesi, per le contravvenzioni

Trascorsi questi termini, al P.M. è riconosciuto dall’art. 407-bis c.p.p., un ulteriore lasso di tempo (il c.d. termine di riflessione) per ponderare la propria decisione, pari a:

  • tre mesi dalla scadenza del termine di durata delle indagini (articolo 405, comma 2 c.p.p.);

  • tre mesi dalla scadenza dei termini di cui all’articolo 415-bis, comma 3 e 4, se ha disposto la notifica dell’avviso della conclusione delle indagini preliminari;

  • nove mesi nei casi di cui all’articolo 407, comma 2.


RICHIESTA DI PROROGA

Prima della scadenza del termine, il P.M., quando le indagini si rivelino “complesse”, può fare richiesta di proroga al G.I.P., indicandone i motivi.

Tale richiesta deve essere notificata dal G.I.P. ai potenziali contro-interessati (indagato, persona offesa), i quali possono controdedurre presentando memorie.

  • La notifica non è necessaria quando si tratta di gravi reati specificamente previsti dal codice.

Se il G.I.P. non è convinto dell’accoglibilità della richiesta del P.M., instaura un pieno contraddittorio, convocando gli interessati in un’apposita udienza in camera di consiglio.

in questa udienza deciderà:

  • per la concessione della proroga, autorizzando il prosieguo delle indagini

  • il diniego della proroga, imponendo al P.M. di richiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale.

È possibile una sola proroga delle indagini per un tempo non superiore a sei mesi.

  • Se l’attività investigativa è proseguita oltre il termine massimo, gli atti sono inutilizzabili.

Ai sensi dell’art. 407-bis c.p.p., il P.M. se non vuole chiede l’archiviazione, dà inizio all’azione penale:

  • con richiesta di rinvio a giudizio o

  • formulando l’imputazione, nei casi di richiesta di patteggiamento, giudizio direttissimo, giudizio immediato, decreto penale e messa alla prova.


Nel caso in cui il pubblico ministero non notifichi l’avviso di conclusione delle indagini preliminari o non si determini nelle sue scelte, uno dei rimedi è l’avocazione delle indagini da parte del Procuratore generale presso la Corte di appello, prevista dall’art. 412 c.p.p., modificato in ultimo, dalla Riforma Cartabia.

L’esercizio di questo potere discrezionale («può disporre») si esprime nelle forme del decreto motivato.

L’avocante può svolgere le indagini indispensabili, formulando le sue richieste entro trenta giorni dal decreto di avocazione.

L’altro meccanismo per ovviare alla stasi del P.M., è rappresentato dal nuovo procedimento di discovery, cioè da quegli accorgimenti necessari per impedire che l’indagato rimanga all’oscuro della conclusione delle indagini patendo gli eventuali ritardi dell’ufficio della procura.

Scaduto il termine di cui all’art. 407-bis, comma 2, il P.M. deve effettuare la discovery depositando in segreteria gli atti di indagine compiuti e notificando l’avviso di deposito.

Se alla scadenza di tale termine il Procuratore Generale non riceve l’avviso di deposito e se non dispone l’avocazione, ordina con decreto al P.M. di notificarlo entro venti giorni a indagato e persona offesa.

Se decorso un mese dalla notifica dell’avviso di discovery o dalla notifica al P.M. del decreto del Procuratore Generale, non sono state assunte le determinazioni sull’azione penale, l’indagato e la persona offesa possono chiedere al G.I.P. di ordinare al P.M. di assumere le determinazioni.

Il P.M., tuttavia, può presentare al Procuratore Generale richiesta motivata di differimento della notifica dell’avviso di discovery nel caso previsto dall’art. 415-bis, comma 5-bis e segnatamente:

  • quando aveva chiesto una misura custodiale e il giudice non vi ha ancora provveduto o, pur avendo provveduto, la misura non è stata ancora eseguita (la previsione non si applica in caso di latitanza);

  • in una serie di gravi ipotesi di pericolo per la vita, di sicurezza dello Stato, di pregiudizio alle indagini tassativamente indicate.

Il Procuratore Generale può:

  • accogliere la richiesta e differire il termine per un periodo non superiore a sei mesi (un anno per i delitti di cui all’art. 407, comma 2, lett. a, c.p.p.);

  • non accoglierla e ordinare al P.M. di notificare l’avviso di discovery, entro venti giorni.

La richiesta, tuttavia, non può essere presentata se il P.M. aveva già chiesto il differimento dell’avviso di conclusione delle indagini.


AVVISO DELLA CONCLUSIONE DELLE INDAGINI

La Legge 479/99, ha introdotto l’art. 415-bis, il quale è stato recentemente modificato dalla Riforma Cartabia.

È fatto obbligo al P.M., al termine delle indagini preliminari e prima di esercitare l’azione penale, di notificare all’indagato ed al difensore, un avviso contenente:

  • l’enunciazione del fatto per cui si procede

  • la data e il luogo del reato commesso

  • l’informazione che gli atti di indagine sono depositati presso la segreteria del PM.

  • l’informazione della facoltà di accedere ai programmi di giustizia riparativa.

A seguito della notifica, l’indagato ha diritto, entro giorni 20 dall’avviso, di:

  • estrarre copia degli atti

  • chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio

  • presentare memorie e documentazione

  • chiedere al P.M. lo svolgimento di ulteriori indagini (in questo caso devono essere svolte entro 30 gg.).


ARCHIVIAZIONE

Quando gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna o di applicazione di una misura di sicurezza diversa dalla confisca, il pubblico ministero presenta al giudice richiesta di archiviazione.

L’avviso della richiesta è notificato alla persona offesa che ne abbia fatto richiesta, ma non nei casi di rimessione della querela (ratio: la remissione di querela fa venir meno l’interesse al perseguimento penale dell’imputato).

L’archiviazione, così come l’esercizio dell’azione penale, sono assoggettati alla verifica e al vaglio del giudice (al P.M. spetta solo un potere di richiesta).


  • L’art. 411 c.p.p., così come modificato dal D.lgs. 28 del 2015, ha specificamente previsto che la persona sottoposta alle indagini non è punibile ai sensi dell'articolo 131-bis del codice penale per particolare tenuità del fatto.


Il G.I.P. si pronuncia sulla richiesta di archiviazione, con decreto motivato.

La parte offesa può formulare entro 20 giorni (10 prima della riforma operata dalla Legge 23/06/2017, n. 103), opposizione all’accoglimento della richiesta, indicando a pena di inammissibilità investigazioni suppletive da svolgere ed indicando all’uopo i relativi elementi di prova.

  • Per i delitti commessi con violenza alla persona, l'avviso della richiesta di archiviazione è in ogni caso notificato, a cura del pubblico ministero, alla persona offesa ed il termine è elevato a 30 giorni.

Il G.I.P. può archiviare ugualmente, anche a seguito di opposizione di parte offesa, fissando un’udienza in camera di consiglio che decide.

Il G.I.P. può:

  • accogliere la richiesta emettendo ordinanza di archiviazione

  • non accogliere la richiesta, richiedendo al P.M. nuove indagini

  • non accoglierla in via definitiva, rigettando la richiesta e disponendo che il P.M. formuli l’imputazione (c.d. imputazione coatta).


Se l'archiviazione è richiesta per particolare tenuità del fatto, il pubblico ministero deve darne avviso alla persona sottoposta alle indagini e alla persona offesa, precisando che, nel termine di dieci giorni, possono prendere visione degli atti e presentare opposizione in cui indicare, a pena di inammissibilità, le ragioni del dissenso rispetto alla richiesta.

Il giudice, se l'opposizione non è inammissibile, procede ai sensi dell'articolo 409, comma 2, e, dopo avere sentito le parti, se accoglie la richiesta, provvede con ordinanza.

In mancanza di opposizione, o quando questa è inammissibile, il G.I.P. procede senza formalità e, se accoglie la richiesta di archiviazione, pronuncia decreto motivato.

Nei casi in cui non accolga la richiesta, il giudice, entro 3 mesi, fissa la data dell'udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso al pubblico ministero, alla persona sottoposta alle indagini e alla persona offesa dal reato.

Il procedimento si svolge nelle forme previste dall'articolo 127 c.p.p.

Nel provvedimento che fissa l’udienza camerale deve essere contenuto l’avviso della facoltà di accedere al programma di giustizia riparativa.

A seguito dell'udienza, il giudice, se ritiene necessarie ulteriori indagini, le indica con ordinanza al pubblico ministero, fissando il termine indispensabile per il compimento di esse, altrimenti provvede entro tre mesi sulle richieste.


NULLITA’ DEL PROVVEDIMENTO DI ARCHIVIAZIONE

Il decreto di archiviazione (e cioè il provvedimento del G.I.P. adottato in caso di richiesta di archiviazione del P.M. senza opposizione della parte offesa, o inammissibilità) è nullo se:

  • è emesso in mancanza dell'avviso alla persona offesa dal reato che ha dichiarato di voler essere informata in caso di archiviazione

  • è emesso prima che il termine di cui ai commi 3 e 3-bis dell’articolo 408 sia scaduto

  • è emesso, ma il giudice omette di pronunciarsi sull'ammissibilità dell’opposizione.

L'ordinanza di archiviazione, e cioè il provvedimento del G.I.P. che adotta a seguito dell’udienza in contradditorio tra le parti, è nulla solo nei casi previsti dall'articolo 127, comma 5.

Nei casi di nullità, l'interessato, entro 15 giorni dalla conoscenza del provvedimento, può proporre reclamo innanzi al tribunale in composizione monocratica, che provvede con ordinanza non impugnabile, senza intervento delle parti interessate, previo avviso, almeno 10 giorni prima, dell'udienza fissata per la decisione alle parti medesime, che possono presentare memorie non oltre il quinto giorno precedente l'udienza.

Il giudice:

  • se il reclamo è fondato, annulla il provvedimento oggetto di reclamo e ordina la restituzione degli atti al giudice che ha emesso il provvedimento.

  • altrimenti, conferma il provvedimento o dichiara inammissibile il reclamo, condannando la parte privata che lo ha proposto al pagamento delle spese del procedimento e, nel caso di inammissibilità, anche al pagamento di una somma in favore della cassa delle ammende.

La Corte di Cassazione V sezione Penale, con ordinanza n. 31601/2020, ha chiarito inoltre, che in seguito alla “Riforma Orlando”, il Tribunale monocratico è competente a decidere, pur in assenza di una esplicita previsione normativa, anche per il reclamo avverso i provvedimenti di archiviazione emessi dal Giudice di Pace.



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